Lo spettacolo

Colma come una ciotola di ciliegie, la nave dei folli posa immobile sul prato del mare. Nonostante la brezza che increspa la bandiera, il mare è verde e tranquillo come un giardino. Il suo albero non ha ancora rinunciato alla sua vita vegetale: la sua chioma è rigogliosa e si innalza sul giardino-mare.

Questa storia emerge, proprio come la città che racconta, dal filo dell’acqua. E’ una storia di terra e mare. La storia della Città Umida dai riverberi attutiti e del Confine Mobile a cui è ancorata la Nave dei Folli. E’ un racconto a due voci che si dipana lungo gli intrecciati canali della Città, che raccoglie uomini e sguardi e li rovescia, come ciliegie, tutti dentro una nave, ancorata ai confini del mare, una fusta disonorata, sottratta alla benevolenza. La Nave, disalberata e stolta, galleggia immobile nelle acque della laguna, nascosta agli sguardi degli abitanti della Città, benché l’acqua che le lambisce sia la stessa. Il suo legno sopravvive, immerso in quelle acque matte, da un tempo immobile, stratificato, dove voci, storie, accadimenti si sovrappongono senza ordine alcuno. In un luogo incerto, vuoto di paesaggio, alle porte della Città Umida, con lo sguardo a frugare l’orizzonte del mare, Titì e Dam legano la loro esistenza alla Nave. Titì, ne avvinghia la sagoma disfatta con lo sguardo. La vista di Titì è fuori dal comune, il suo mirare non comprende fine. E’ il solo capace di vedere la Nave: non Dam né gli abitanti della Città Umida. Titì, l’essere che, per la sua mostruosità di sguardo, sfugge a qualunque definizione, Titì l’inclassificabile, è il legame unico con quell’orizzonte inquieto che garantisce l’immobilità della Nave, l’incolumità della Città. Titì è per Dam lo strumento potenziato dello sguardo, il fenomeno da esibire in una propaganda salvifica, la marionetta stolta le cui parole Dam tiene a bada con il filo della ragione e della logica. Titì, però, conosce i movimenti del suo burattinaio, ne asseconda la prepotenza, ne rafforza docilmente il potere, assicura a Dam la sua identità di controllore, giorno dopo giorno. Da un tempo che sembra sospeso, rarefatto. Dam interroga. Annota. Registra.

Dam: Titì, a che punto è la nave?

Titì: La Nave è dove l’ultimo scoglio non la può vedere.

Dam: Quindi a venticinque virgola due miglia. Bene. Nodi?

Titì: Molto stretti.

Dam: Un nodo e mezzo. Latitudine?

Titì: Estesa.

Dam: Quarantotto. Longitudine?

Titì: Uguale a ieri.

Dam: Sette virgola due. E la prua?

Titì: Guarda verso il Sole.

Dam: E di notte?

Titì: Di notte volta le spalle alla Luna.

Gli abitanti della Città Umida non hanno sguardi per la Nave, elemento sfuocato, radicato nel paesaggio. Ma, inaspettato, arriva alla Città un suono cupo che proviene dal ventre di quel legno stolto. L’eco si propaga come un’onda e percuote il silenzio della Città che, dopo molto tempo, rivolge uno sguardo all’orizzonte, alla sagoma sfuocata e rassicurante. Ora la Città, percossa, si interroga sulla natura di quella Nave. E Dam racconta. Parla di una notte, quella Notte persa nel tempo, in cui percorse le strade, le vie d’acqua che entrano  come dita nella Città, per raccogliere, uno ad uno, gli uomini senza senno, quei frutti matti, inopportuni: frastuono di parole e groviglio di pensieri. Racconta la Notte in cui li sradicò dalla Città Umida e li gettò tutti nella Nave, così mischiati, indistinti.

Liberò la Città dalla Follia, quella Notte, Dam.

E ora la Follia è rinchiusa, docile, silenziosa.

Innocua.

Qui la Città e qui, puntino in mezzo all’acqua, pesce a galla, uccello senz’ali: ecco, qui è la Nave. La Nave dei Folli. E Dam disegna una mappa, di strade, di sguardi, di parole. E in quella fascinazione conduce gli abitanti della Città Umida ammaestrati alla comprensione, affezionati alla certezza. Il tempo, in quella mappa, non ha più alcun peso. Presente e passato stanno in bilico sullo stesso Orizzonte Mobile. Ma la Nave, all’improvviso si muove in direzione della Città. La prua si volge verso la Luna, guarda diritta negli occhi la Città Umida. Titì, lo sguardo ad avvicinare l’orizzonte, racconta: le sue parole sono insieme vento e vela, sembrano quasi il motore di quell’avvicinarsi molesto. Dam, riprende i fili del burattino, del fenomeno Titì, che credeva domato, addomesticato alla normalità. Ma i fili sono solo nell’immaginazione del domatore. Titì è libero. Da sempre. E racconta un mondo ribaltato, dove la Verità è solo un’altra mappa su cui condurre il viaggio alla ricerca di un luogo nuovo, mai raggiunto, dove la Città incontra la Follia e la riconosce come parte di Sè. Ora gli abitanti della Città Umida possono vedere. Il loro sguardo è quello di Titì. Loro sono Titì. E Dam, cieco di pensiero, muto di sguardo rimane l’unico abitante di quel luogo senza paesaggio.

Lo spettacolo, per la drammaturgia di Federica Di Rosa ed Elisa Roson, è un viaggio tra passato e presente per indagare il rapporto tra follia e colpa, un rapporto sopravvissuto ai tentativi di riforma, radicato nel sistema legislativo, alimentato da un clima politico che alterna scientemente allarmismo e rassicurazioni e, non ultimo, garantito dallo sguardo vacuo dell’opinione pubblica. Lo spettacolo mette in scena in una metafora, a tratti espressionista, storie antiche emerse dagli archivi veneziani, racconti dei prigionieri folli della Fusta veneziana, il grande scandalo del manicomio di San Servolo e la contemporaneità, la condizione degli OPG italiani, in un sovrapporsi di epoche e racconti, di voci e avvenimenti che, per un istante, creano l’illusione dello smarrimento, un perdersi dissennato, che conduce ad un preciso Dove.

In scena tre personaggi: Dam, il classificatore, colui che garantisce l’igiene sociale, il controllo, la cui identità è strettamente legata all’esistenza della Nave.

Titì, l’inclassificabile, colui che vede ciò che è oscuro allo sguardo comune.

E il pubblico, gli abitanti inconsapevoli della Città Umida, testimoni, fruitori, destinatari della Memoria che il racconto stratifica, costruisce e consegna democraticamente alla Città Umida, quindi ad ogni Città.

Lo spettacolo, che vedrà il suo debutto agli inizi di novembre al Teatro Goldoni di Venezia, fa parte di un ampio progetto a sostegno della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Un progetto che ha come motore l’Arte, che coinvolge artisti internazionali e che ha l’obbiettivo di creare, attraverso l’universalità del suo linguaggio, un tessuto culturale favorevole all’inclusione sociale e alla lotta allo stigma.

Il Progetto La Nave dei Folli, ha ricevuto, per l’alto valore artistico e sociali, la Medaglia del Presidente della repubblica Giorgio Napolitano e la Lettera di Merito del Segretario Generale della Presidenza della Repubblica con la seguente motivazione:

“Lo spettacolo ‘La nave dei folli’ si inserisce in un articolato progetto volto a favorire e sostenere, attraverso le molteplici espressioni dell’arte, la solidarietà nei confronti delle categorie sociali più deboli e disagiate, in particolare quella dei malati reclusi negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.”

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